JOE DENTI
NARRATORE DI STORIA DEL CINEMA
Intervista a cura di Macrobio
M. Buona giornata, intanto facciamo un cappello introduttivo. Se vuole presentarsi ai lettori del sito… Prima ancora di parlare della sua passione per il cinema, io mi ricordo di lei quando faceva le televendite per Stievani sulle reti tv del Nord Italia… Come è entrato nel giro delle tv private?
JD. La mia storia con la Tv italiana nasce nel 1978, all’epoca ero disegnatore di fumetti. Ma i guadagni erano assai bassi, quindi per arrotondare disegnavo anche insegne pubblicitarie per pizzerie, negozi di sport… Un giorno passò davanti a uno di questi negozi un tale che notò i miei disegni, gli piacevano. Era di “Tele Reporter”. Voleva disegni dei segni zodiacali per una trasmissione Tv, così me lo presentarono. I miei lavori piacquero, così il direttore mi chiese anche di fare delle caricature di personaggi famosi che il pubblico doveva indovinare in una trasmissione. Mi misero a fare questa trasmissione Tv in prima serata, che si chiamava “Il solito ignoto”. Da lì iniziai a fare la tv per bambini, e divenni abbastanza famoso. Se conquisti i bambini, si sa, conquisti anche i genitori. Alberto Peruzzo, editore di “Rete A”, all’epoca la più grande emittente privata per le televendite, volle addirittura acquistare i miei disegni. Conobbi il direttore commerciale di “Rete A”, che mi affidò la parte ludica delle vendite: Hi-Fi, Televisori, i primi videoregistratori… divenni insomma quello che oggi si chiama promoter tv, per queste aziende. In breve tempo divenni un piccolo divo e quell’anno Enrico Montesano mi invitò anche a “Fantastico” a vendere i biglietti della lotteria… Però a dire il vero non ero identificato come un mero televenditore alla Wanna Marchi, Guido Angeli o Franco Boni, perché facevo anche i programmi per bambini. La gente si fidava dei miei consigli.
M. Infatti mi ricordo che andavo da Stievani coi miei genitori a comprare il videoregistratore in base anche ai suoi consigli…
JD. Stievani è venuto un po’ dopo. Nei primi anni Ottanta io comunque vendevo i videoregistratori, di cui non capivo quasi nulla, abbinando però la passione per il cinema. Dicevo alla gente di usare il videorecorder per riguardare i grandi classici come “Ombre rosse”, “Casablanca”, il Dracula con Bela Lugosi o il Frankenstein con Boris Karloff… e lo stesso facevo per l’ascolto dei dischi… Non vendevo l’oggetto in sé ma quello che tu potevi fare con l’oggetto. Venni definito il “delfino” di Guido Angeli, che già all’epoca guadagnava cifre enormi con le sue televendite… Insomma ebbi successo. Sempre il quel periodo arrivò a “Rete A” un certo Gian Domenico Stievani che mi volle come suo promoter. Mi propose una cifra che non potevo rifiutare, per dirla come Marlon Brando ne “Il Padrino”. Stievani all’epoca era una vera potenza, proponeva elettrodomestici di alto valore commerciale: Sony, Philips, Telefunken… Io continuavo ad unire a questa cosa la mia passione per il cinema, passione che sbocciò a nove anni quando vidi per la prima volta vidi al cinema “Ben Hur” con mio padre. Comunque, grazie a Stievani divenni popolare in tutta Italia. Lo devo ringraziare. Da parte mia devo dire che ho sempre avuto molta correttezza verso il pubblico, non ho mai reclamizzato prodotti sconosciuti o di scarso valore.
M. Sì sì, è vero … Alla fine degli anni Ottanta le VHS sono entrate di prepotenza nelle case italiane. Però io ho scoperto veramente chi era lei, Joe Denti, solo nei primi anni Duemila, grazie ad un amico che aveva le reti satellitari e guardava le sue trasmissioni cinefile.
JD. Sì, infatti io facevo un programma che si chiamava “IL CLUB” dove presentavamo rigorosamente classici in bianco e nero… Eravamo io, Sergio Toffetti e Tatti Sanguineti.
M. Ma questo mio amico, in realtà, la conosceva principalmente come opinionista calcistico, vedendola in alcune trasmissioni di reti private dedicate al calcio.
JD. Sì, io sono la prova vivente che si può parlare di calcio senza capirne nulla… (ride). In quelle trasmissioni avevo atteggiamenti molto diversi dai programmi dedicati al cinema. Comunque, il direttore artistico di “Rete A”, Paolo Romani, poi divenuto un politico di area berlusconiana, decise in quel periodo di portarmi a “Tele Lombardia” in quel periodo, dovevo fare una trasmissione comica insieme ad un pupazzo, detto “Colonnello Kurtz”, una sorta di muppet dissacrante… Ecco, lì, divenni un punto di riferimento anche per il pubblico giovane, addirittura universitario. Durò dodici anni. Poi arrivò un distributore cinematografico, Parenzo, che trasformò la rete in un palinsesto solamente sportivo. Iniziò così la rovina di quella rete.
M. Ma ripartiamo dalla sua mera passione per il cinema …
JD. Beh, l’ho sempre amato, sin da bambino. Amavo i western, i grandi classici, “Sentieri selvaggi”, “Il buono il brutto il cattivo” … Il cinema mi ha sempre accompagnato anche quando facevo le televendite. Quando poi ho deciso di dare l’addio alle televendite, mi sono dedicato soltanto alla mia passione per il cinema. Ho cominciato a fare i cineforum, lezioni nelle scuole, dirigo il “Myst Fest” di Cattolica, ho fatto dei cicli di cinema in b/n su “Rete Capri” prima che venisse assorbita da MediaSet. Presentavo film come “La febbre dell’oro”… e a tal proposito non so se sai che in quel caso Chaplin ebbe quasi tutte le comparse del Klondike gratis, perché erano vagabondi ed erano contenti di lavorare con lui, il re dei vagabondi.
M. Chaplin fondò con Mary Pickford e Douglas Fairbanks la United Artists… Erano i tempi d’oro di Hollywood.
JD. Esatto, basti pensare che all’epoca, sui cancelli della MGM, c’era la scritta “Più stelle che in cielo”. Io comunque non sono un vero storico del cinema, ho solo la terza media, così ebbi l’idea di propormi alle scuole come “narratore di storia del cinema”. Ma come la racconto io la storia della Settima Arte? Solo attraverso l’aneddotica. È un punto focale, per creare un collante emotivo col pubblico. Non faccio l’analisi estetica del film, e nemmeno politica o critica. Racconto gli aneddoti interessanti legati alla realizzazione del film. Al “Myst Fest” ricordo con grande soddisfazione che ho presentato “Metropolis” di Fritz Lang con la sala piena, questo perché coinvolgo il pubblico con l’aneddotica. “Metropolis”, col primo robot della storia del Cinema, da cui discendono tutti i vari Robocop, Terminator … Oppure proponevo il grande cinema giudiziario, vedi “La parola ai giurati”, “Anatomia di un omicidio”, “Il buio oltre la siepe”… Hitchcock diceva: tre cose fanno grande un film, lo script, lo script e lo script… Ecco tre grandi esempi succitati.
M. Lei cosa ne pensa del lavoro dello studioso Robert McKee? O di Syd Field e di Linda Seger? Il discorso dei tre atti, l’alternanza tra cariche positive e negative…
JD. Sono assolutamente d’accordo, basti vedere la sceneggiatura di “Chinatown” di Rober Towne… Poi c’è gente come Godard che di queste regole se ne sbatte. Non ha i soldi per pagare uno sceneggiatore, i film se li scrive lui …. I film della Nouvelle Vague sono basati sui ricordi degli autori. La storia della vita, e di un film, è basata sui ricordi. Stessa cosa vale per Truffaut, Chabrol… Orson Welles diceva che il cinema è destinato a ripetersi… Ma come? Riproponendo in chiave moderna cose già fatte in passato. Il personaggio di De Niro in “Taxi Driver” lo ritrovi in tutto il cinema di Scorsese e di Paul Schrader, magistrale sceneggiatore.
M. Quindi lei è d’accordo con Kubrick quando diceva che al cinema è già stato fatto tutto e che il suo compito è solo quello di rifarlo un po’ meglio.
JD. Ovviamente sì. Un autore che poi ha attraversato tutti i generi, il noir con “Rapina a mano armata” e “Lolita”, poi arriva a fare “Shining” e “Arancia meccanica”… E se vai bene a vedere pure Tarantino ripropone cinema classico, lo spaghetti western ingoiato e rimasticato e poi risputato dalla Hollywood post-moderna.
M. Un’ultima domanda. Ma lei ha un suo cinema personale?
JD. Dirigo il cinema parrocchiale di Sarzana, curo la programmazione. Accolgo il pubblico sempre con simpatia… Matteo Bernardini è il direttore. Vivo a Sarzana da quattro anni. Da giovedì a domenica la sala è sempre piena! Il cinema si chiama “Italia”, ed ha un canale Instagram.
M. E del fatto che oggi il consumo di cinema avviene in prevalenza in rete e sul cellulare, che ne pensa?
JD. L’importante è vedere le cose. Se un film piace ai giovani anche guardandolo solo sul telefonino, ho la speranza che vogliano poi vederlo magari anche in Tv e poi, perché no, in sala, al cinema… Vedere significa approfondire. Io ho visto film che mi hanno stimolato ad approfondire personaggi storici come Napoleone, Elena di Troia, Achille, Ulisse… Spartaco. Prima non sapevo chi erano, ma grazie ai film sono andato ad informarmi. Lo stesso può succedere ai giovani di oggi, perché no?
M. Grazie a Joe Denti per la sua gentile pazienza e disponibilità.
Joe Denti
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