GIULIO BERRUTI
Sacro e Profano
di Denis Zanette
SCHEDA BIOGRAFICA
Giulio Berruti nasce a Leinì, Torino, nel 1937. Dopo aver lavorato come operaio e impiegato, esordisce nel cinema nel 1966 firmando la sceneggiatura e l'aiuto regia del film per ragazzi "Albero verde", vincitore dell'Osella di bronzo e della Minerva d'argento alla XIII Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Nel 1968 si trasferisce a Roma per fare esperienza come aiuto regista, montatore e regista. Dal 1978 si dedica prevalentemente alla realizzazione di documentari, ottenendo numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali. Attivo anche come regista teatrale, tra il 1972 e il 1974 stringe un sodalizio con l'attrice Anna Mazzamauro portando in scena "Mamma son tanto felice", "Le santastorie" e gli spettacoli del Cabaret "Il Carlino". Nel 1976, sempre in teatro, dirige "Libido Sisters" con Alberto Tarallo e Franco Caracciolo. Per il cinema dirige nel 1976 la commedia erotica “Noi siam come le lucciole” con Silvia Dionisio, ma soprattutto nel 1979 “Suor Omicidi”, con un grande cast, Anita Ekberg, Joe Dallesandro, Paola Morra, Lou Castel, Massimo Serato e Alida Valli, un giallo erotico di genere nunsploitation, divenuto negli anni un film di culto assoluto.
Come ti sei avvicinato al mondo del cinema e qual è stata la tua prima esperienza?
GB. È necessario fare delle premesse. Dopo un primo periodo di lavoro come manovale nelle materie plastiche – erano tempi difficili, il dopoguerra, le scuole serali… - mi capitò un fatto curioso. Nel tentativo di guadagnare qualche soldo in più, visto che la paga da manovale era di 45.000 lire mensili, chiedo aiuto a un amico salesiano che avevo conosciuto in collegio, era il direttore della LDC (Libreria Dottrina Cristiana Editrice). Mi chiede se conosco il francese. Io ne masticavo poco ma dissi di sì e mi affidò la traduzione di un libro di religione per le scuole italiane. Con enormi difficoltà, controllando parola per parola sul vocabolario e con l’aiuto di una studentessa universitaria di francese, riuscii a portare a termine la traduzione. Ricordo che la parte più difficile da tradurre riguardava la morte in prigionia di Padre Kolbe e altri missionari in paesi sperduti del mondo, torturati e uccisi in modi feroci. Quando consegnai il lavoro, ben pagato (25.000 lire!) mi sentii dire che non solo avevo realizzato un’ottima traduzione ma che avevo addirittura migliorato lo stile dell’autore. Per questa ragione mi fu offerto un posto fisso e una paga quasi raddoppiata per realizzare i testi di filmine scolastiche, ovvero pellicole di 1 mt, con immagini e un libretto di accompagnamento. L’insegnante ruotava fotogramma per fotogramma con una macchinetta semplice e leggeva il testo. Si trattava quasi sempre di episodi della vita di santi, ma quando intervenni io, proposi altri personaggi storici, come Giuseppe Garibaldi. Ad un certo punto, Giuseppe Rolando, un regista, era riuscito a comprare i diritti di un libro dell’autore americano Peter Lappin sulla vita di un ragazzo problematico salvato da San Giovanni Bosco (N.d.A. - Si tratta probabilmente di “Stories of Don Bosco”, 1958 ). Così, per la stesura della sceneggiatura, chiede aiuto ai Salesiani i quali decidono di delegare a me questo compito. Anche se non sapevo nulla di sceneggiatura cinematografica, accettai subito. Per precauzione chiesi aiuto a un amico regista teatrale, il quale mi indicò un libro didattico dandomi delle partizioni generali essenziali. Come luogo di lavoro, Rolando scelse una delle isole del Lago Maggiore, l’Isola dei Pescatori, allora la più economica. Fu lì che in meno di un mese scrivemmo la sceneggiatura. Ero felice perché avevo tutto gratis, albergo, pasti e un pacchetto di sigarette al giorno! Per non parlare di una paga che non mi ero mai sognato di poter guadagnare. Quando, avute tutte le autorizzazioni, Rolando iniziò a girare il film, ero ormai assorbito da quel mondo nuovo per me e non riuscii proprio a tornare al mio vecchio impiego. Così chiesi di essere assunto come aiuto-regista. Rolando ovviamente accettò. Era il 1964. IL film venne presentato alla “Selezione di film per ragazzi” della XXV Mostra di Venezia dove ricevette la Minerva d’ argento e l’Osella di bronzo. Avevo ventisette anni e il cinema già mi aveva catturato. Mi misi allora a collaborare con Rolando imparando le basi della regia e in breve mi feci un nome nel ramo “religioso”. Arrivo il momento del mio secondo film, ma questa volta non scrissi la sceneggiatura, preferendo dedicarmi all’aiuto-regia e al montaggio. Dei lavori di quel periodo ricordo con chiarezza solo “Padre Semeria”.
Nel 1968 mi resi conto che se restavo a Torino non sarei riuscito ad uscire dal giro di quel tipo di film e decisi di tentare la fortuna a Roma, la città del cinema.
Qual è stato il tuo rapporto con i produttori? Hai avuto particolari difficoltà nel realizzare i tuoi film?
GB. Se si parla dei film dove ho lavorato come sceneggiatore, aiuto regista o montatore, tutto benissimo. Diverso invece il rapporto per il film che ho realizzato come regista, ovvero “Noi siam come le lucciole”, dove fui praticamente abbandonato nel montaggio, senza paga per quasi un mese. Un lavoro pessimo, anzi, sbagliato, scritto con Romeo Costantini, tutto impostato su un umorismo inglese mentre il pubblico voleva solo ammirare le tette e il culo di Silvia Dioniso, allora molto bella e amata. Colpa mia, aggravata dal comportamento del produttore. Altro discorso con Enzo Gallo, il produttore di “Suor Omicidi”. Mi presentai offrendo il pacchetto completo di una cooperativa. La sceneggiatura era firmata insieme ad Alberto Tarallo, mia la regia e l’intervento definitivo del montaggio, che ricordo era curato da Mario Giacco, già mio assistente, costretto poi a lasciare perché non più pagato (fui costretto a terminare il lavoro con Patrizia Oppedisano). Enzo Gallo pagò il dovuto alla cooperativa. Poi commise l’errore di lanciare il film come una storia tratta dai “segreti del Vaticano”, il quale ovviamente riuscì a bloccarlo dopo poche uscite a Roma e Milano. In pratica “Suor Omicidi”, ora molto amato dai cinefili, non è mai circolato in Italia, mentre ha ottenuto molto successo in Spagna, Germania e Stati Uniti. In Inghilterra ne proibirono la visione perché ritenuto “indegno”.
Quali sono le caratteristiche che hanno reso il film “Suor Omicidi” una delle tue opere cinematografiche di maggior successo?
GB. Difficile definire queste caratteristiche, tenuto conto che il film non ebbe all’epoca la consacrazione del pubblico italiano e subì numerosi tagli, prima per ragioni economiche, poi di censura. Quindi preferisco allegare due giudizi che mi sembrano i più vicini alle mie intenzioni originali.
“Berruti realizza una pellicola blasfema, dissacrante e scorretta, ma allo stesso tempo si concede il lusso sfrenato di divertire con scene anche al limite del trash: dal sesso in un sottoscala della Ekberg, alla dentiera di una vecchia schiacciata sotto i piedi, fino alla pera di morfina girata come se stessimo assistendo alla celebrazione di una messa. Suor Omicidi è un film anarchico, coraggioso e visivamente scioccante, capace di raccontare un cinema oltraggioso e sporco, imperfetto nella sua voglia di raccontare, ma perfetto nel suo modo di colpire dritto allo stomaco.”
(Davide Pulici, Nocturno)
“La genesi di Suor Omicidi (The Killer Nun per il mercato americano) iscrive di diritto questo film nel calderone delle opere maledette, distrutte sul nascere dalla cecità di preconcetti ideologici che poco hanno a che fare con la qualità artistica di un prodotto, ma capaci di continuare a vivere grazie al passaparola e alla passione di una nicchia di pubblico. Suor Omicidi si avvale di un racconto scritto e modellato con intelligenza, in grado di fondere insieme l'atto di accusa alle istituzioni cattoliche con una struttura narrativa che incastra sapientemente il giallo all'italiana e l'horror. E se la Ekberg offre un'ottima interpretazione, così come tutto il resto del cast, è nelle sequenze degli omicidi, lisergiche e musicalmente trascinanti, che Berruti dimostra un talento visivo fuori dal comune, degno del miglior Argento.”
(Sentieri Selvaggi)
«Uscito nel 1978 ed esempio pregnante del filone denominato nun-exploitation, Suor Omicidi[…] di Giulio Berruti è un film sfortunato e maledetto, distrutto dalla censura, scomparso dalla circolazione per quasi trent’anni e divenuto oggetto di culto, anche per la sua capacità di andare oltre al facile erotismo di facciata e di non affondare nelle paludi del soft-core, evitando ogni scivolone nel cattivo gusto»
(Fabrizio Fogliato, Scuola Nazionale di Cinema, Roma)
Nella inquadratura di apertura del film (Suor Omicidi) si nota per qualche fotogramma il volto di un prete che alza il calice al cielo. Sbaglio o sei tu che interpreti quel ruolo?
GB. Sì, sono io. Ho interpretato anche un altro prete in “Hanno cambiato faccia” di Corrado Farina e un altro ancora in un film di Amendola, ma tagliato in montaggio. Ho vissuto nei collegi salesiani; sapevo farlo.
Guardando il film ho pensato subito alla filmografia di Walerian Borowczyk (Interno di un convento, La Bestia, Racconti Immorali, Ars amandi - L’arte di amare, etc.). Per i tuoi lavori ti sei mai ispirato a lui o ad altri registi simili?
GB. No. Borowczyk gioca molto sull’erotismo. In “Suor Omicici” ho cercato di evitarlo…
Un'informazione tecnica. Quanto è costata la realizzazione della pellicola e che ricordi hai della lavorazione? In quali location è stato girato?
GB. Non lo so. Posso solo dire che la Cooperativa fu pagata con 100 milioni. Io ho avuto 14.000 metri di negativo – pochissimo – e ho girato “montando” il film per non restare senza pellicola. Le location sono state una clinica abbandonata di Roma, un convento di frati (ho “truccato” la sceneggiatura per aver il permesso) e infine gli Studi di Cinecittà e della Elios a Roma.
Come ha reagito la critica e quali sono state le conseguenze dopo l’uscita del film nelle sale nel 1979?
GB. In Italia non è mai uscito se si eccettua Milano per qualche giorno e Roma per alcune settimane. Fu il quarto incasso a Roma e a Milano non so. Le critiche che ho letto ondeggiavano sul negativo, addolcite per la “la mano” di sicuro talento che mi attribuivano e il tentativo di non danneggiare la Diva Anita, che non dimentichiamo era stata anni prima la star nel “La dolce vita” di Fellini.
Che differenze hai notato dalla critica ricevuta in quegli anni da quella attuale? Pensi che ultimamente il film sia stato a merito rivalutato?
GB. Nel tempo credo sia stato rivalutato e molto anche, se si considera che ancora oggi viene venduto in confezioni di lusso in Inghilterra, Germania e Stati Uniti. Il film ha più di trenta anni, ma sembra ancora affascinare e intrigare.
Il cast prevedeva la già citata Anita Ekberg, Paola Morra, Massimo Serato e in ruoli minori Alida Valli, Lou Castel e Joe Dallesandro. Che ricordi hai di loro?
GB. Ricordi molti positivi. Incontrai Anita la prima volta nella hall di un grande albergo romano (non ricordo quale) e a prima vista non ebbi una buona sensazione. Da come mi vestivo mi giudicò un “hyppie”, aveva i ricami sulla camicia cuciti dalla mia futura moglie Patrizia. Nonostante questo non avevo intenzione di apparire. Sapevo di avere delle carte a mio favore: un buon tecnico delle luci (Macoppi) e un ottimo operatore di macchina (Scarpa). La sceneggiatura la consideravo buona, tanto che anni dopo ricevetti i complimenti da un professore del Dams. Insomma, non intendevo vendermi per quello che non ero. Lei, dopo una breve riflessione, mi diede fiducia, accettò il ruolo e poi sul set le cose filarono a meraviglia.
Lou Castel invece era già un mio amico, promuovevamo il “comunismo” in bar e ristoranti della capitale e venne per un pugno di riso. Molti altri attori si aggregarono subito perché mi conoscevano già come aiuto-regista e si fidavano, tanto da accettare ruoli per paghe minime. Per anni ho avuto il rimorso di non essere riuscito a compensarli a dovere, invitandoli a proiezioni pubbliche del film; se lo meritavano.
Alida Valli non sembrava molto contenta del ruolo. Mi rimproverò dicendo: “ah, cosa mi fai fare…”. Non mi era sembrata in buona salute, così tagliai parte della sua scena per finire prima. Joe Dallesandro ha fatta tutto in un giorno; non ci siamo neanche parlati e d’altronde non conosco l’inglese.
Paola Morra è un discorso doloroso. Non la volevo, fu Tarallo ad imporla. Prima di iniziare il film rifiutai qualche sua avance dicendole che era meglio “farlo dopo”. In seguito lei dichiarò ad un giornale di essersi presa una cotta per me. Ma non c’è stato nulla tra di noi. Era ubbidiente e attenta.
Molti ti conoscono solo come regista cinematografico, ma sei stato molto attivo anche in teatro, dirigendo attori importanti come Anna Mazzamauro, Renato Scarpa, Franco Caracciolo, Alberto Tarallo, che poi si è dedicato alla produzione cinematografica e il cantautore Bruno Lauzi. Conservi qualche aneddoto della tua esperienza teatrale che ci vuoi raccontare?
GB. Sono più conosciuto come documentarista, però è vero, ho avuto diverse esperienze teatrali. Ho diretto Anna Mazzamauro – la mitica signorina Silvani nella saga fantozziana – nella mia prima regia in un cabaret romano, il Carlino. Con lei ho fatto ”Mamma son tanto felice” e poi “Le santastorie” di Castaldo e Faele, con Bruno Lauzi, Nello Reviè, Franco Agostini, Costanza Spada e le coreografie di Mario Dani. Non ho particolari aneddoti da raccontare su Anna, ma solo ricordi pieni di ammirazione per il suo essere una vera donna da palcoscenico, in ogni sfumatura. Ricordo di quando tentai, in una scenetta dove parlava come il Papa, di farle fare un gesto, come la traccia di una benedizione. Fu una discussione che durò molto, appoggiata da tutti, ma lei non lo fece mai; credo lo considerasse blasfemo.
Con Alberto Tarallo e Franco Caracciolo ho inaugurato con uno spettacolo il teatro “L’Abili” al Testaccio, un locale gay. Tarallo mi cercò perché non riusciva a trovare un regista che accettasse quel ruolo; avrebbe potuto dare adito a molti giudizi negativi. Io non avevo quel tipo di pregiudizio e accettai di mettere in scena “Libido Sister”. Ricordo che un critico di quel tempo scrisse che non si trattava di uno spettacolo sbagliato ma di un città sbagliata. Avremmo dovuto presentarlo a Parigi?
Con i bravissimi Carlo Delle Piane e Ugo Fangareggi, conosciuti quando facevo l’aiuto regia, ho fatto un tentavo di spettacolino per il cabaret dove i due recitavano brillantemente come mimi, con finali comici /drammatici. La recita non ebbe fortuna anche perché i proprietari dei locali ci affidavano la chiusura dello spettacolo quando le persone erano stanche e si alzavano per tornare a casa. Fu però, per me e per loro, una esperienza bellissima e ricca di idee, di spunti artistici. Renato Scarpa accettò di presenziare in uno spettacolo di lettura a più voci sulla storia di una famiglia italiana dal 1939 al 1945, dalle colonie dell'Africa Orientale alla Resistenza partigiana, si intitolava “Io ancora mi ricordo”. Mi venne voglia di presentarlo ad Ascoli Piceno visto che in quella città insegnavo “Storia del cinema e della televisione”. Ascoli era politicamente orientata a destra e accettò il lavoro con piacere e molta attenzione, anche se i giornali tacevano la notizia. Lo spettacolo ha poi continuato in molti paesi dell’astigiano, luogo dove era ambientata la storia. Il successo fu notevole, con buone critiche sui giornali locali. Il tutto si concluse il 27 ottobre 2018, con il conferimento della cittadinanza onoraria di Pino d’Asti.
Facendo un riassunto della tua carriera, quali lavori reputi meglio riusciti e verso quali tutt’ora nutri dubbi e ripensamenti?
GB. Credo che i più riusciti siano un documentario sulla pallavolo del 1978, intitolato “Il gabbiano d’argento”, circa 50 minuti su uno sport allora misconosciuto. Un lavoro senza commento di uno speaker, solo montaggio e musica del grande compositore Alessandro Alessandroni.
Per il cinema ovviamente “Suor Omicidi” e poi reputo molto buono il lavoro degli ultimi anni per la televisione, tra cui la regia televisiva di "Il corsaro" di Giuseppe Verdi. Non posso non citare molte rubriche del programma “Achab”, oltre a documentari e special per Rai Video\Sapere e Rai International. Naturalmente, come tutti i registi, ho anche io il rimorso di non essere riuscito realizzare un film di cui ho scritto la sceneggiatura, con dialoghi di Alberto Tarallo, intitolato “Pensione Mimosa”. Sarebbe stata la mia consacrazione come regista.
In questi anni ti sei dedicato all'editoria scrivendo e pubblicando testi molto interessanti come Nude sì, ma sotto la doccia. La censura e il comune senso del pudore in nome del popolo italiano (Ass. Culturale Il Foglio, 2020). Vuoi parlarci di più in merito a questo libro?
GB. Si tratta di un libro di oltre 300 pagine sui mitici anni del dopoguerra, dei guasti documentati della censura, sui film che hanno fatto la storia del cinema, “La Dolce vita”, “Rocco e i suoi fratelli”, scorci di vita politica, tentativi di golpe, furti clamorosi come la costruzione dell’ aeroporto di Fiumicino, immagini di un passato lontano ma che ancora vive e resiste ancora oggi. Questo e tanto altro … difficile parlarle. Meglio leggerlo.
Da ultraottantenne che consigli ti senti di dare a un giovane che vuole intraprendere la carriera di regista?
GB. Non mi sento di dare consigli a chi desidera intraprendere la carriera di regista o di montatore o di sceneggiatore. Il mondo cambia e i giovani in virtù del cambiamento hanno ragione qualunque cosa facciano. In definitiva, l’unica cosa che direi loro è coltivare la curiosità con la voglia di imparare, questo è l’augurio più sano che io possa dar loro.
Anita Ekberg in una scena del film Suor Omicidi, 1979
Copertina del libro Stories of Don Bosco, Peter Lappin,
The Salesian Press, 1958
Giulio Berruti con Anita Ekberg sul set di Suor Omicidi, 1979
Manifesto del film Suor Omicidi, 1979
Anita Ekberg e Giulio Berruti durante le riprese di Suor Omicidi, 1979
Anita Ekberg e Paola Morra in una scena del film Suor Omicidi, 1979
Un'altra versione del manifesto del film Suor Omicidi, 1979
Paola Morra in una scena del film Suor Omicidi, 1979
Il libro scritto da Giulio Berruti ed edito da La cineteca di Caino
Autointervista. Nude sì, ma sotto la doccia. La censura e il comune senso del pudore in nome del popolo italiano , 2020