DANIELE CIPRÌ
Intervista Concettuale
di Ignazio Gori
SCHEDA BIOGRAFICA
Daniele Ciprì nasce a Palermo nel 1962. Regista, sceneggiatore e direttore della fotografia, inizia lavorando nelle emittenti televisive palermitane, per poi raggiungere la notorietà con la serie di sketch “Cinico TV” in onda su Rai3, in collaborazione con il sodale Franco Maresco con il quale codirige per il cinema gli stracult “Lo zio di Brooklyn” nel 1995 e soprattutto il memorabile “Totò che visse due volte” nel 1998. Nel 2008 si dividerà artisticamente da Franco Maresco e prosegue da solo la carriera nel cinema e nel teatro. Come direttore della fotografia ha lavorato con registi quali Renato De Maria, Marco Bellocchio (molti premi ricevuti per “Vincere”), Roberta Torre (come dimenticare il gioiello musicale “Tano da morire”?), Claudio Giovannesi e Ficarra&Picone. Con “È stato il figlio” del 2012 si è aggiudicato il Premio Osella per il migliore contributo tecnico alla 69ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e l’anno seguente il Nastro d'argento al regista del miglior film. Tra i suoi documentari spiccano quelli dedicati al jazz, passione che da sempre condivide con Maresco, mentre “Come inguaiammo il cinema italiano. La vera storia di Franco e Ciccio” è un sentito tributo ai due miti della comicità siciliana.
Ho voluto chiamare questa intervista “concettuale” in quanto strutturata per concetti e non sul classico schema domanda-risposta; questo per via della lunga chiacchierata con Daniele Ciprì, impossibile da trascrivere integralmente. Ringrazio per l’aiuto il regista Edi Mills.
SICILIA. La Sicilia ha fatto da sfondo alle storie che ho raccontato con Franco Maresco. È una terra surreale, quasi post-apocalittica, ma non è, contrariamente a quanto si possa pensare una terra confinata. È uno spazio universale, terribilmente “umano”. Attraverso la mimica della sua gente, abbiamo costruito attorno alla nostra Sicilia un “mood” unico, come un atto di dichiarazione anarchica. La nostra Sicilia non è solo fisica, ma è anche un modo di esprimersi. È una terra unica, assolutamente duttile a livello cinematografico, adatta al western come all’horror o alle loro grottesche commistioni, ed è un vero peccato che non si sia mai consolidata una stabile economia cinematografica.
CINICO TV. È stato un periodo bellissimo. Con il mio sodale Maresco ci siamo inventati questo nuovo modo di raccontare un territorio, una umanità universale e disperata, e lo abbiamo fatto divertendo, fingendo di essere ignoranti o di rappresentare personaggi ignoranti. CinicoTv è l’humus che poi ha formato il nostro cinema. La nostra Sicilia veniva da un periodo terribile, le bombe, gli attentati a Falcone e Borsellino, e noi abbiamo optato per un racconto spassionato, senza piangerci ulteriormente addosso; in questo siamo stati degli anticipatori d’eccezione. Dobbiamo ringraziare Angelo Guglielmi che come direttore di RAI3 ha creduto in noi e alla nostra “tv verità”, o “cinema verità”, pieno di cinismo, un po’ come ha voluto fare Billy Wilder ne “L’asso nella manica”, un film che amo molto.
FREAKS. Non abbiamo mai pensato ai nostri personaggi-attori come a dei “mostriciattoli”, tutt’altro, noi volevamo mostrare una certa bellezza, semmai diversa. Io e Maresco avevamo con molti di loro un rapporto di amicizia. Non volevamo farli apparire come freaks, ma occorre anche dire che fino a quel momento, all’uscita dello “Zio di Brooklyn” e soprattutto a “Totò che visse due volte”, quei modelli erano inediti dal punto di vista visivo. La loro “mostruosità” era rappresentata dalla loro “primitività”. Noi li avevamo pensati come a delle piccole schegge appuntite che trafiggevano lo sguardo dello spettatore, come i personaggi dei cartoon della Warner, ma assolutamente disperati, avviliti, disgraziati … Io credo che la vera mostruosità sia quella che ci propina ogni giorno la televisione odierna.
TRAVESTITISMO. Il nostro mondo cinematografico, o meglio sarebbe dire la nostra dimensione cinematografica, era di soli uomini; abbiamo voluto “salvare” le donne e i bambini, i quali avrebbero senz’altro alterano la miscellanea spontaneo-grottesca, ad esempio, delle pratiche sessuali tra maschi. Il travestitismo e l’omosessualità non c’entrano nulla in questo nostro ragionamento scenico. Il nostro era più che altro un teatro dell’assurdo, una microstoria, soprattutto in “Totò che visse due volte”, dove i ruoli femminili erano interpretati da uomini, che mantenevano una certa mascolinità ed è da questo elemento che si capisce il nostro intento originale. Ecco, il nostro travestitismo era atto a salvare la donna e a isolare maggiormente il mondo maschile e le sue ossessioni erotico-sociali. Chiunque conosca l’universo dei pupi sa bene che il legno di cui sono fatti è a servizio sia della parte maschile che femminile, i pupi sono semplicemente se stessi e non avevano nella tradizione una figura “femminile” vera e propria; esisteva ovviamente la donna ma non c’era o non era evidenziato un desiderio narrativo femminile. Così per il nostro cinema.
VILIPENDIO. Il vilipendio non era ovviamente nei nostri piani. Siamo stati dei provocatori, ma era il nostro cinema a parlare al pubblico. Il nostro cinema era di un altro tempo ma contemporaneamente aveva un carattere attuale e forse questo disturbava. Magari l’accusa di vilipendio che abbiamo subito era di tipo iconografico – si guardi alla figura di Cristo in Totò, di tipo pasoliniano – ma posso dire che il nostro messaggio era assolutamente onesto in questo senso e nonostante le accuse di vilipendio, che comunque ci hanno ferito, molti intellettuali cattolici ci hanno strenuamente difeso. Questo vuol dire che il nostro messaggio, forte ma onesto, è arrivato a chi di dovere. Quelli legati all’accusa di vilipendio, parlo per me, sono stati due anni difficili, ma ora cosa rimane? Autori come Ciprì e Maresco oggi sarebbero totalmente inutili, tutti siamo infatti sprofondati in una periodica CinicoTv. Volevamo raccontare tutta la socialità e ci siamo riusciti, tanto da prevedere uno sbraco sociale assoluto.
PIER PAOLO PASOLINI. Credo che attraverso i nostri lavori siamo riusciti a dare un forte segnale, “ciprimareschiano”, di come si possa citare e raccontare un grande artista, eterno come Pasolini. Gli abbiamo voluto fare un tributo, scegliendo Palermo come sfondo e i nostri freaks come testimoni della sua visita a Palermo ed è venuto fuori il cortometraggio “Arruso” (N.d.A. Termine dialettale siciliano derivante probabilmente dall’arabo arus, (fidanzata). Si riferisce ad un omosessuale). I nostri freaks raccontano con grande rispetto questo arruso, come se raccontassero una parte invisibile di Pasolini, ricordandolo attraverso una lente di ingrandimento, intima, stramba, popolare, tenera, nostalgica. Ne esce fuori un ritratto estremamente umano e forse divertente, una riflessione antropologica sull’uomo-Pasolini.
JAZZ. È Maresco il vero cultore di jazz, più di me. Io amo anche molto la musica classica, Bach, Mozart, come si nota in “Totò che visse due volte”. Credo che Bach abbia fatto tutto, rock compreso. Per noi, il jazz, e la musica in generale è molto importante, il nostro infatti si potrebbe definire un cinema musicale, i vari personaggi sono strumenti: un tamburo, un violino, un chitarrino … sono suoni essi stessi, sono note che noi suoniamo. Il jazz in questo procedimento meta-cinematografico ci ha aiutato moltissimo perché molti dei personaggi che abbiamo raccontato potevano essere raccontati solo in un modo, attraverso un suono. Il jazz inoltre rappresenta una parte importante della nostra giovinezza a Palermo. Filmavamo e intervistavamo, in maniera totalmente anarchica, tutti i musicisti che venivano a Palermo in un famoso locale, il Tatum, e furono questi video, queste interviste i primissimi esempi di quello che sarebbe poi stata CinicoTv. Questi video venivano trasmessi da una tv locale ed ebbero grande successo e alcuni vennero anche trasmessi da Ghezzi in “Fuori Orario. Cose mai viste”. Avevamo insomma creato una sorta di mood sperimentale con il quale poter esprimere il nostro amore per il jazz. Eravamo assolutamente sfrontati, rischiando sui diritti, ma non ce ne importava nulla, eravamo dei “pirati del jazz”. Abbiamo filmato e intervistato Oscar Peterson, Michel Petrucciani, Frank Morgan … e tantissimi altri, mettendo insieme un grande archivio. Io ero troppo piccolo per ricordare la volta che Duke Ellington venne a suonare a Palermo, ma la cosa era troppo romantica da non citare in un titolo documentaristico, ed è così infatti che nacque “Noi e il Duca. Quando Duke Ellington suonò a Palermo”, utilizzando gran parte del nostro sterminato archivio. Il sogno di Maresco e in parte anche il mio, era fare un tributo a John Coltrane, poi invece abbiamo ripiegato su un jazzista di origini siciliane, Tony Scott, uno dei migliori clarinettisti jazz della storia. Tony si chiamava di cognome Sciacca ed era di Salemi, dove tra l’altro è sepolto; a lui e alla sua incredibile storia abbiamo dedicato il nostro ultimo lavoro sul jazz nel 2010: “Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz”. Per concludere, io penso sempre ai miei film come a degli spartiti musicali, voglio dire che ogni sequenza nasce da un suono, una nota, un fraseggio, che poi magari non inserisco ma che mi serve per disegnare il bozzetto originale. Gli spostamenti delle nuvole, una ciminiera che fuma … nella mia immaginazione nascono come da un fraseggio jazz, che è lo stimolo iniziale, quasi concretamente scenografico.
NINO D’ANGELO. Musicalmente parlando Nino D’Angelo è nato a Palermo. È uno di quei personaggi popolarmente mitici che fanno parte della tua infanzia e le sue canzoni inevitabilmente sono inserite nell’immaginario popolare, nell’humus terrigno della nostra città, del nostro cinema. Ricordo che a Palermo Sebastiano Marino vendeva i suoi dischi e andavano a ruba. Io e Nino siamo molto amici, c’è una stima reciproca e lo ritengo il migliore dei neomelodici napoletani moderni; basterebbe dire che Miles Davis lo amava molto. La sua musica ha avuto, a differenza di tanti altri neomelodici, una evoluzione autoriale pazzesca, suscitando un certo tipo di fascinazione che si sposa alla malinconia, all’appartenenza culturale e territoriale, alla poesia, capace anche di creare ponti con altre culture musicali. Ascoltando una vecchia canzone di Nino si ha la sensazione di ascoltare un “inedito”, perché da ragazzino magari ti suscitava altro, è come ricordare di aver sognato.
CENSURA (MODERNA). È un argomento che io e Maresco abbiamo affrontato, ma io credo che oggi, guardando oltre la volgarità, il pudore, il vilipendio, andrebbe censurato tutto! Il mondo andrebbe guardato con gli occhi di un quindicenne e per fare questo andrebbe ripulito tutto, seminari, scuole … e soprattutto la televisione, tutte le cagate che ci propinano. Per quanto riguarda il cinema sono stanco di vedere prodotti che scimmiottato quelli americani. La ragione è semplice, noi siamo i veri maestri del cinema e gli autori americani ci stimano; con questo discorso voglio dire che ci vorrebbe una educazione all’immagine e solo su questo dovrebbe intervenire la censura. Faccio un esempio: il cinema animato di Walt Disney è dannoso, perché permette solo di sognare, quindi di restare immobili, atrofizzati, mentre il cinema animato della Warner è altamente formativo, perché fa riflettere, è stimolante. Guardate Will il Coyote! È un capolavoro! La diseducazione democratizza la coscienza. Faccio un altro esempio, prendendo la comicità. Gli attori comici moderni fanno ridere solo in relazione a una battuta, ma dietro non c’è nulla, non c’è l’arte mimica, come c’era in Franco e Ciccio, non c’è un lavoro attoriale vero. È in corso da molti anni un appiattimento della comicità. Questo di oggi è un cinema comico totalmente inutile, “usa & getta”, non resta. Bisogna censurare questo cinema e recuperare la mente della gente.
FRANCO E CICCIO. Come non amare l’anima palermitana di questi due veri comici?
La loro memoria popolare rimanda a un certo amore per il cinema artigianale, leggero, ma vero. Io ho conosciuto personalmente Ciccio Ingrassia, il quale doveva recitare in “Totò che visse due volte”, ma dopo la morte di Franco Franchi non se la sentì di accettare la parte, si sentiva di dover rispettare quel forte dolore. Ciccio e Franco a livello autoriale non li riconosce nessuno, ma erano dei veri artisti di strada, soprattutto Franco che con la sua mimica ricordava Jerry Lewis. Io non amo le barzellette, io amo Buster Keaton, l’arte della mimica, dell’espressione facciale e Franco Franchi era un fenomeno in questo. Franco e Ciccio sono stati due veri artigiani palermitani che con la loro capacità lasciavano spazio anche all’espressione e alla libertà autoriale; anche Pasolini si servì di loro dimostrando come potessero essere a loro agio. Con i loro incassi record hanno aiutato non poco il cinema autoriale, l’industria intera di Cinecittà, perché una volta, cosa che purtroppo non accade più, i produttori ridistribuivano gli incassi per altri progetti. Tutto questo si è concluso con l’avvento dei “cinepanettoni”. Non c’è più una economia cinematografica perché non c’è reinvestimento. Ciccio e Franco sono stati fondamentali per il nostro cinema e noi abbiamo cercato di raccontarli con il documentario “Come inguaiammo il cinema italiano. La vera storia di Franco e Ciccio”. Ora i giovani trovano ridicoli Ciccio e Franco, riducendo tutto alla battuta istantanea, ma non è totalmente colpa loro, sono stati diseducati dall’involuzione del cinema comico. Ficarra e Picone oggi sono un’eccezione. Siamo amici e io li adoro perché amano davvero il cinema, sono produttori dei loro stessi film e sono dei veri scopritori di talenti. Il loro cinema è sincero. Ma oggi tutta la comicità ristagna, i veri comici sono i politici, impossibili da scimmiottare, come avveniva una volta, in quanto loro stessi caricature cabarettistiche. Bisognerebbe tornare magari a usare la comicità per fare della denuncia sociale, ma nel cinema non c’è più coraggio, non c’è più l’esigenza del racconto, lo stimolo. Io e Maresco eravamo dentro il Sistema, ma ora? Chi può farlo? Io sono molto arrabbiato perché il cinema viene preconfezionato per la gente e questo è un grave errore. È fin troppo chiaro che oggi nessuno produrrebbe un film come “Totò che visse due volte” – perfino all’epoca lo Stato ci aveva tolto i soldi – ma io parlo di quello stesso spirito nel voler raccontare una certa verità.
Daniele Ciprì
Marcello Miranda crocefisso nel fim Totò che visse due volte
diretto da Ciprì e Maresco, 1998
Nino D’Angelo, icona popolare, ritratto da Jorit in un murales nella sua Napoli, 2022